Quando sono sceso dall’aereo a Phnom Penh, la capitale della Cambogia, era un’alba nebbiosa che dava la sensazione di essere calati in un ambiente dimenticato. In aeroporto pochissima gente, negozi chiusi, silenzio, non un silenzio che aspettasse un gioioso risveglio bensì un continuum di tristezza. Dopo un po’ ci fermammo in un grande bar, puntualmente vuoto, per un caffè che bevemmo in silenzio, eravamo restii a parlare, a rompere un incantesimo. Non mi ripeto, ma nell’albergo ci sentivamo estranei.
A cavallo della giornata, nel frattempo il cielo si era un po’ rischiarato, si andò alla ricerca di templi e storia. Non ho visto molto, anche perché nel primo pomeriggio ci fermammo ad una costruzione grigia, incolore, sia per la tinta che per architettura. La guida ci disse che stavamo per entrare nel luogo, diventato monumento Nazionale, dove anni prima si era consumata gran parte della tragedia cambogiana. A suo tempo, quando questo evento era in atto, l’ho notato appena, sembrava non interessare nessuno. Eravamo nel 1975, morirono 2 milioni di persone, vittime di un maoismo marxista e dell’ultranazionalismo ignorante, figlio dei tempi nel lontano Oriente. In quel giorno presi coscienza del fenomeno, sembrava impossibile che in quelle piccole stanzette di quell’anonimo palazzo fosse successo tanto male, tanta morte. Nel luogo c’era pochissima carta stampata, tutto si doveva immaginare, tutto ciò per me era difficile.
Questo piccolo articolo di Marco del Corona, dell’aprile 2025, ricorda che quando finì il massacro quattro anni dopo lasciò ancora vent’anni di guerra civile. In questo contesto poté svilupparsi la storia di una bambina che fu chiamata “l’Anna Frank dei nostri tempi” (Natalia Ginzburg nel 1984 ne tradusse la storia: “Il racconto di Peuw bambina cambogiana”).
Le motivazioni sacrosante delle rivoluzioni nate per portarci al bene finiscono per buttarci nell’oscurità più turpe. Dobbiamo ricordare la storia, dobbiamo leggere la voce di Primo Levi, di Anna Frank e della piccola Molyda cambogiana affinché ci sia passaparola col futuro. Altrimenti andiamo a ricadere nel male.