Fra le tante e poi tante cose che mi hanno colpito nei miei viaggi indiani le più affascinanti sono le mucche. Sono ovunque, nei luoghi più improbabili, inconsueti e in qualche modo anche pericolosi. Dovevamo trasferirci a Bhopal, la città del disastro chimico di moltissimi anni fa, più di 2000 morti, a causa del malfunzionamento di una fabbrica di prodotti chimici. Eravamo a Gwalior, un magnifico castello del maraja che da solo meriterebbe una citazione per la ricchezza e bellezza: la sala dal pranzo col trenino sul lungo tavolo per il servizio dei pranzi o i candelabri veneziani.
Dunque si trattava di un grande centro ferroviario di snodo in molte direzioni, quindi treni in formazione, in transito, in sosta. Tra i binari mucche che brucavano stentati ciuffi d’erba, sacchetti di plastica, che raccoglievano e masticavano con bovina lentezza per poi alla fine sputarli. Arrivava un treno che lentamente arrancava, aspettando che una delle tante mucche si alzasse dal binario, cosa che avveniva quando il treno era quasi sopra e con uno sguardo di sufficiente sopportazione se ne andava a tre metri più in là. La stessa cosa mi è capitata più volte in più stazioni o anche lungo le linee ferroviarie. Situazione che in Occidente solleverebbe le proteste più accese. Non so proprio come faranno con l’alta velocità!
In una nuova autostrada nell’altro Gujarat i pastori hanno tagliato le reti di recinzione per creare un passaggio per le mandrie al transito. Prontamente le ferrovie hanno preso una drastica contromisura dipingendo sull’autostrada a quattro corsie le strisce bianche di un passaggio pedonale. In questa autostrada ho incontrato il carro trainato da un cammello che andava contromano… Paese che vai usanza che trovi!
Tornando alle mucche, nella casa dell’industriale che ho frequentato per tre anni c’era una stalla di mucche da latte e da allevamento di una decina di capi… Chiesi dello svolgersi della vita bovina e mi rispose che le tenevano finché fruttavano latte e figli e poi venivano liberate, io dico abbandonate alla mercé della libertà di morire…
Chiesi lumi in proposito anche al mio interprete indiano: della cosa non se ne parlava tra loro, non è legale, ma si sa che c’è un mercato opaco, silente, coperto, dove le mucche a fine vita vanno. Ci sono alcune fasce di persone di infima classe sociale che sopravvivono grazie a questo mercato clandestino. Oppure nelle campagne meno abitate vengono lasciate al loro destino, in una puntata di un viaggio ho potuto vedere in una strada campestre la carcassa di un bue alla mercè dei cani selvaggi che pranzavano nella sua pancia.
Mi fermo qui, altri esempi sono in grado di portare, ma tutti mi confermano di un forte compromesso fra le ritualità dello spirito e la realtà.